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Lavorare da casa o in ufficio? Impatti su stress, burnout, benessere e produttività

Pubblicato inizialmente il 27.2.2026

Tempo di lettura: 6 minuti

A home office setup with a laptop, monitor, smartphone, and water bottle on a wooden table by sunlit windows with white curtains.
© Elle HughesSource: Photo by Elle Hughes: https://www.pexels.com/photo/white-laptop-and-monitor-on-table-5155218/

Il passaggio forzato allo smart working e ai modelli ibridi durante la pandemia ha stimolato molti studi sul loro impatto su salute mentale e burnout, soprattutto in Europa. In generale, lavorare da casa o in modo ibrido offre vantaggi in termini di autonomia, ma può comportare rischi legati a orari sfumati e iperconnessione. In questo articolo ho analizzato la correlazione tra diverse modalità di lavoro (da remoto, in presenza e ibrido), benessere psicologico e rischio di burnout, focalizzandomi principalmente sulla popolazione europea e svizzera.

Definizione di lavoro remoto, ibrido e in ufficio

Lavoro in presenza: il dipendente svolge sempre le proprie mansioni nell’ufficio aziendale.

Telelavoro o smart working: il lavoro viene svolto regolarmente da casa (o altrove) tramite strumenti digitali.

Lavoro ibrido: combinazione di giorni in ufficio e giorni in remoto. I lavoratori ibridi possono alternare presenza e lavoro a distanza secondo accordi fissi o flessibili.

In Europa, il lavoro ibrido è in netta crescita: secondo l’UE, circa il 25-30% dei lavoratori è ibrido o telelavorante dopo la pandemia. Questo fenomeno solleva interrogativi su come le diverse modalità influenzino lo stress e l’esaurimento professionale (burnout).

Effetti sul benessere psicologico

Gli studi europei più recenti suggeriscono che il lavoro da remoto può migliorare il benessere psicologico rispetto al lavoro esclusivamente in ufficio. Ad esempio, una ricerca longitudinale condotta su 494 lavoratori in Polonia ha confrontato dipendenti a distanza (smart working) e in sede su due rilevazioni a 1 anno di distanza. Si è rilevato che nel gruppo remoto dopo 1 anno erano significativamente diminuiti burnout, tensione psicologica e sintomi depressivi, mentre tra i lavoratori in sede non si registravano cambiamenti rilevanti. In altre parole, chi lavorava da casa riportava progressivamente meno esaurimento emotivo rispetto a chi restava sempre in ufficio. I ricercatori ipotizzano che il lavoro a distanza riduca fattori stressogeni come le interazioni conflittuali faccia a faccia, aumentando il senso di controllo sulle proprie pause e ritmi di lavoro.

Similmente, un ampio studio (24.763 persone) nel settore pubblico norvegese ha mostrato che chi pratica il lavoro ibrido flessibile (lavoro da casa “quando richiesto” o desiderato) ha il 33% di probabilità in meno di riportare sintomi di disagio psichico rispetto a chi non lavora da casa. Inoltre il telelavoro volontario (autonomamente scelto) era associato a minori livelli di stress. Tuttavia, il numero di giorni lavorati da casa risultava correlato a un aumento dello stress (più giorni = leggermente più disagio), suggerendo che l’effetto non sia lineare.

In sintesi: il lavoro da remoto volontario e la modalità ibrida flessibile sono generalmente associati a una migliore salute mentale rispetto al lavoro esclusivamente in ufficio, grazie a maggiore autonomia e minori stressors sociali. Chi può alternare giorni in sede e a casa tende a percepire meno conflitto vita-lavoro e riporta un benessere generale superiore.

Table comparing office, hybrid, and remote models by performance impact and psychological well-being, highlighting stress, focus, and social factors.

Rischi e fattori di burnout nel lavoro flessibile

Non mancano però anche segnali di rischio. L’iperconnessione e l’assenza di orari chiari possono favorire il burnout: chi lavora da casa tende a fare più ore e a rispondere a email fuori orario. In particolare, la cultura del “sempre reperibile” è stata associata a stanchezza, ansia e calo di concentrazione: uno studio britannico ha rilevato che chi risponde frequentemente alle comunicazioni di lavoro fuori orario giudica positivamente il proprio lavoro, ma nel lungo termine diventa meno produttivo e scontento dell’azienda.

Da notare che il telelavoro imposto (non scelto) tende a essere più dannoso. Ad esempio, Kaduk et al. (2019) hanno documentato negli USA che lavorare forzatamente da casa (con orari off, secondo le esigenze dell’azienda) aumentava il conflitto vita-lavoro, lo stress e proprio il burnout rispetto a chi aveva scelta sul luogo di lavoro.

È inoltre emerso che alternare efficacemente lavoro e vita privata richiede tempi di adattamento. In uno studio polacco, dopo un anno i dipendenti in smart working hanno migliorato il loro equilibrio lavoro-vita (conflitto ridotto) e mantenuto il benessere meglio di quelli in sede. Ciò conferma che, a lungo andare, chi impara a gestire gli spazi di lavoro remoto può beneficiarne.

Infine, diversi studi ribadiscono i rischi comuni a tutte le modalità flessibili: orari disorganizzati, sovraccarico di lavoro e isolamento sociale. L’UE (Unione Europea) e l’ILO (International Labour Organization) raccomandano misure di diritto alla disconnessione e supporto psicologico per prevenire ansia e burnout nel telelavoro.

Esempi pratici e strategie per il benessere

Per i dipendenti, alcuni accorgimenti pratici:
  • Organizzare ritmi e spazi: stabilire orari di lavoro fissi (es. inizio/fine giornata) e luoghi dedicati anche a casa, per tracciare un confine tra “sfera lavoro” e “sfera privata”. Questo evita di estendere il lavoro alle ore serali.

  • Autogestirsi proattivamente (job crafting): modificare autonomamente compiti e priorità per renderli più significativi. Uno studio italiano ha infatti trovato che lavoratori che hanno praticato job crafting (ad es. ridefinendo attività quotidiane) hanno mostrato minori livelli di esaurimento emotivo (burnout).

  • Gestire le comunicazioni: concordare con colleghi e superiori orari precisi di reperibilità (ad es. “non inviare email dopo le 18:00”) e rispettarli. Ciò aiuta a ridurre la “cultura dell’always on” citata da molti studi come fattore di stress cronico.

  • Pausa e socialità: non lavorare ininterrottamente. Intervallare la giornata con pause non lavorative (es. brevi camminate) e mantenere il contatto sociale virtuale o fisico con colleghi per evitare isolamento. Il supporto di team e superiori si è dimostrato cruciale per la salute mentale, specialmente in situazioni di emergenza.

Per le aziende e i manager, invece:
  • Formazione e supporto: offrire corsi di formazione su gestione del tempo e strumenti di lavoro a distanza. Anche facilitare il job crafting può proteggere dal burnout, come evidenziato da Signore et al..

  • Politiche di lavoro flessibile: quando possibile, consentire ai dipendenti di scegliere giorni e luoghi di lavoro. Le ricerche mostrano che il lavoro ibrido volontario migliora il benessere e la soddisfazione. Invece, imporre rigidamente il lavoro da casa (senza alternativa) può aumentare stress e burnout.

  • Promuovere il bilanciamento vita-lavoro: adottare linee guida chiare che incoraggino la disconnessione digitale dopo l’orario di lavoro e a interrompere le comunicazioni fuori orario lavorativo. Alcuni paesi europei (es. Belgio, Francia) hanno già normative sul diritto alla disconnessione per questo motivo.

Conclusioni

In sintesi, la letteratura scientifica europea recente indica che la flessibilità lavorativa (telelavoro e modelli ibridi volontari) tende a ridurre il burnout e favorire il benessere psicologico rispetto a un lavoro rigido in ufficio. Questo avviene soprattutto perché il lavoro a distanza, se ben gestito, offre maggiore autonomia e riduce certe fonti di stress sociale. Tuttavia, la chiave è l’equilibrio: se la flessibilità sfocia in orari sfalsati e indisponibilità continua, può invece aumentare tensione e esaurimento.

Le aziende e i lavoratori dovrebbero dunque puntare a formule ibride equilibrate, che combinino giorni in ufficio (per interazioni sociali e coordinamento) con giorni in smart working (per concentrazione e conciliazione vita-lavoro). Il supporto organizzativo, la formazione sull’uso degli strumenti digitali e la capacità di “modellare” il proprio lavoro (job crafting) sono strumenti efficaci per prevenire il burnout nel lungo periodo. Integrando queste strategie, il lavoro flessibile può diventare un’opportunità concreta di miglioramento del benessere psicologico, come confermato dai dati scientifici recenti.

Bibliografia

  • 1.

    The rise in telework: Impact on working conditions and regulations

    View Source
  • 2.

    PSYCHOSOCIAL WORKING CONDITIONS AND MENTAL WELL-BEING OF REMOTE AND STATIONARY EMPLOYEES: A LONGITUDINAL STUDY

    View Source
  • 3.

    Hybrid work and mental distress: a cross-sectional study of 24,763 office workers in the Norwegian public sector

    View Source
  • 4.

    Job crafting e benessere lavorativo: un’indagine esplorativa nel periodo dell’emergenza sanitaria

    View Source

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